L’economia moderna ha subito una profonda evoluzione che trova radici nelle prime fasi dello sviluppo dell’uomo; N.Bontis, noto professore americano nonché direttore dell’istituto per le ricerche sul capitale intellettuale, ha rilevato, in una serie di suoi studi1, come l’evoluzione delle economie moderne possa dividersi in tre grandi ere: l’era dell’agricoltura, l’era dell’industria e infine l’era della conoscenza. Senza volere entrare nella specifica questione dell’evoluzione delle ere economiche è facilmente intuibile come l’economia moderna sia diversa dall’economia del secolo scorso; le teorie economiche si sono evolute, la competizione risulta essere sensibilmente diversa rispetto al passato e maggiormente improntata su variabili precedentemente trascurate. In effetti gli anni 80 con la diffusione delle tecnologie informatiche ed il conseguente accentuarsi della densità relazionale degli individui e delle organizzazioni, hanno sancito la definitiva affermazione della conoscenza quale variabile chiave della competizione. La diffusione di pratiche tecnologiche sempre più evolute ha permesso alle organizzazioni, in particolare, di porsi lungo vettori di crescita capaci di generare valore su scala internazionale. Chiaramente la connessione tecnica è sicuramente accentuata dalla possibilità delle parti di collaborare grazie all’eliminazione di tutte quelle barriere commerciali che ne avrebbero limitato la portata. Si aprono dunque nuove possibilità e si schiudono nuovi orizzonti per tutti gli attori di questa economia globalizzata e tecnologica. Ma tali nuove occasioni possono essere colte solo valorizzando le potenzialità umane. Ecco l’ importanza che la conoscenza gioca nella generazione dell’vantaggio competitivo. L’ argomento non è da ritenersi nuovo, almeno in dottrina; già nel 1920 Marshal considera la conoscenza come l’elemento chiave di ogni processo produttivo; nel 1959 la Penrose vede i modelli mentali dell’impresa come frutto dell’esperienza e della conoscenza. L’impresa è un insieme di risorse che opportunamente combinate (in relazione alle competenze possedute) generano valore. Anche in Italia il tema è stato opportunamente affrontato; Guatri nel testo “valore e intangibles nella misura della performance aziendale, un percorso storico” evidenzia l’evoluzione che si è avuta nella valutazione degli impatti degli intangibles sul valore aziendale3. Oggi le imprese che vogliono essere competitive nel 21 secolo devono necessariamente riuscire a cogliere le opportunità che vengono dal sapere fare dal sapere interpretare dal sapere inventare; esse devono impossessarsi di vantaggi firm e context specific, devono riuscire ad assumere atteggiamenti mentali sempre più aperti al cambiamento. In ambienti particolarmente turbolenti e dinamici come sono le nostre economie le imprese devono essere capaci di rapportarsi all’esterno con un elevato grado di proattività in modo da riuscire a cogliere le possibilità che ad esse vengono offerte dall’adeguarsi in modo opportuno a situazioni sempre diverse. È chiaro che in uno scenario del genere la rilevanza di fattori quali il capitale umano la capacità relazionale la struttura organizzativa diventano predominanti. Così, il valore di un’impresa dipende sempre meno dai suoi assets tradizionali e sempre più dai suoi assets intangibili. Un’impresa può oggi definirsi ricca, vitale, competitiva non necessariamente quando possiede ingenti risorse economiche e finanziarie ma quando dispone di un elevato patrimonio intellettuale. Bisogna sottolineare però come questa profonda evoluzione conosciuta dalle economie moderne trovi scarso riscontro nelle pratiche di accounting e di misurazione del valore e delle performance aziendali. Nel tentativo di recuperare il ritardo ormai evidente delle diverse pratiche di accounting e di valutazione rispetto all’ evoluzione conosciuta dalla nostra economia si è aperto un importante dibattito internazionale che riguarda tutti i principali attori della comunità economico-aziendale del mondo. In relazione ad una evoluzione cosi forte le imprese hanno iniziato ad attuare forme particolarmente complesse di focalizzazione sul customer e di alleanze con i competitors. Tali elementi pur essendo cruciali per lo sviluppo dell’ azienda sono raramente individuati e comunicati rendendo difficile il processo di valutazione. AICPA affermò, allora, che i report dovevano evidenziare maggiormente i piani, le strategie e soprattutto focalizzare con maggiore attenzione i fattori (non finanziari) che contribuiscono alla crescita nel lungo periodo. Nel 1994 vi fu anche un altro importantissimo ente che iniziò i propri lavori circa la misurazione delle performance nella moderna economia, il Canadian institute of chartered accountants. Nel documento di apertura dei lavori intitolato proprio Performance mesure in the new economy scritto da R. McLean l’ ente rilevava la mancanza di modelli di comunicazione e di valutazione che riuscissero a misurare le variabili chiave della economia moderna. Nel 1998 al meeting board la FASB decise di avviare un precisa ricerca per quanto concerne i business reporting. Formò uno Steering Committe che aveva tra i suoi compiti principali quello di definire uno standard universalmente valido per la definizione di disclosure che permettessero alle aziende di comunicare le variabili non finanziarie, ritenute cruciali nel processo di creazione del valore. Al contrario, però, di quanto di quanto possa sembrare è proprio l’ Europa ad essere l’ area geografica più attiva per ciò che concerne il tema degli intangibili. In particolar modo il nord Europa. Infatti; il ministero danese per L’ industria e il Commercio avviò il progetto “Intellectual Capital Statement” che ha generato, nel 1997 un rapporto su dieci aziende che hanno realizzato un intellectual capital balance. Nel 1999 il Ministero degli Affari Economici olandese pubblicò un documento intitolato Intangibile Asset Accounts with Knowledge1 con il quale ci si proponeva in collaborazione con 4 società di accounting di elaborare modelli per comunicare informazioni sugli intangibili. Il progetto coinvolse: KPMG, Ernst&Young, PricawatherhouseCoopers e Walgemoed. Sempre nel nord Europa in Nordic Industrial Fund (istituzione finanziaria pubblica condivisa da Norvegia, Svezia e Finlandia) si è impegnata nel progetto “NORDIKA” volto a definire linee guida precise per la creazione di nuovi report aziendali in cui si evidenzino le variabili relative al capitale intellettuale. Anche l’ Unione Europea si è impegnata sul tema; bisogna sottolineare la creazione dell’ High Level Expert Group sull’ economia intangibile. Si tratta di un gruppo di ricerca interdisciplinare istituito dalla Direzione Generale “Imprese” della Commisione Europea. Il progetto di ricerca è iniziato nel gennaio 2000 ed ha prodotto un documento che descrive l’ influenza degli intangibili sulla gestione e sulla performance aziendale. Successivamente la Commisione, nel 2001, ha finanziato un importante progetto di ricerca (denominato “Rescue”) nonché l’ incarico di svolgere nel 2002 uno studio sullo stesso tema assegnato – mediante gara pubblica – congiuntamente alle Università di New York, Ferrara e Melbourne. Come si vede molteplici sono ormai le sperimentazioni maturate al livello internazionale sul tema degli intangibles ma bisogna rilevare che ancora oggi manca uno standard universalmente accettato per la misurazione, valutazione e comunicazione del capitale intangibile. In questo lavoro cercherò di affrontare la materia degli intangibles e del capitale intellettuale relazionando sulle definizioni, sulla rendicontazione e sulla comunicazione.

Noviello, F. (2009). Intellectual capital.

Intellectual capital

2009-01-08T15:24:38Z

Abstract

L’economia moderna ha subito una profonda evoluzione che trova radici nelle prime fasi dello sviluppo dell’uomo; N.Bontis, noto professore americano nonché direttore dell’istituto per le ricerche sul capitale intellettuale, ha rilevato, in una serie di suoi studi1, come l’evoluzione delle economie moderne possa dividersi in tre grandi ere: l’era dell’agricoltura, l’era dell’industria e infine l’era della conoscenza. Senza volere entrare nella specifica questione dell’evoluzione delle ere economiche è facilmente intuibile come l’economia moderna sia diversa dall’economia del secolo scorso; le teorie economiche si sono evolute, la competizione risulta essere sensibilmente diversa rispetto al passato e maggiormente improntata su variabili precedentemente trascurate. In effetti gli anni 80 con la diffusione delle tecnologie informatiche ed il conseguente accentuarsi della densità relazionale degli individui e delle organizzazioni, hanno sancito la definitiva affermazione della conoscenza quale variabile chiave della competizione. La diffusione di pratiche tecnologiche sempre più evolute ha permesso alle organizzazioni, in particolare, di porsi lungo vettori di crescita capaci di generare valore su scala internazionale. Chiaramente la connessione tecnica è sicuramente accentuata dalla possibilità delle parti di collaborare grazie all’eliminazione di tutte quelle barriere commerciali che ne avrebbero limitato la portata. Si aprono dunque nuove possibilità e si schiudono nuovi orizzonti per tutti gli attori di questa economia globalizzata e tecnologica. Ma tali nuove occasioni possono essere colte solo valorizzando le potenzialità umane. Ecco l’ importanza che la conoscenza gioca nella generazione dell’vantaggio competitivo. L’ argomento non è da ritenersi nuovo, almeno in dottrina; già nel 1920 Marshal considera la conoscenza come l’elemento chiave di ogni processo produttivo; nel 1959 la Penrose vede i modelli mentali dell’impresa come frutto dell’esperienza e della conoscenza. L’impresa è un insieme di risorse che opportunamente combinate (in relazione alle competenze possedute) generano valore. Anche in Italia il tema è stato opportunamente affrontato; Guatri nel testo “valore e intangibles nella misura della performance aziendale, un percorso storico” evidenzia l’evoluzione che si è avuta nella valutazione degli impatti degli intangibles sul valore aziendale3. Oggi le imprese che vogliono essere competitive nel 21 secolo devono necessariamente riuscire a cogliere le opportunità che vengono dal sapere fare dal sapere interpretare dal sapere inventare; esse devono impossessarsi di vantaggi firm e context specific, devono riuscire ad assumere atteggiamenti mentali sempre più aperti al cambiamento. In ambienti particolarmente turbolenti e dinamici come sono le nostre economie le imprese devono essere capaci di rapportarsi all’esterno con un elevato grado di proattività in modo da riuscire a cogliere le possibilità che ad esse vengono offerte dall’adeguarsi in modo opportuno a situazioni sempre diverse. È chiaro che in uno scenario del genere la rilevanza di fattori quali il capitale umano la capacità relazionale la struttura organizzativa diventano predominanti. Così, il valore di un’impresa dipende sempre meno dai suoi assets tradizionali e sempre più dai suoi assets intangibili. Un’impresa può oggi definirsi ricca, vitale, competitiva non necessariamente quando possiede ingenti risorse economiche e finanziarie ma quando dispone di un elevato patrimonio intellettuale. Bisogna sottolineare però come questa profonda evoluzione conosciuta dalle economie moderne trovi scarso riscontro nelle pratiche di accounting e di misurazione del valore e delle performance aziendali. Nel tentativo di recuperare il ritardo ormai evidente delle diverse pratiche di accounting e di valutazione rispetto all’ evoluzione conosciuta dalla nostra economia si è aperto un importante dibattito internazionale che riguarda tutti i principali attori della comunità economico-aziendale del mondo. In relazione ad una evoluzione cosi forte le imprese hanno iniziato ad attuare forme particolarmente complesse di focalizzazione sul customer e di alleanze con i competitors. Tali elementi pur essendo cruciali per lo sviluppo dell’ azienda sono raramente individuati e comunicati rendendo difficile il processo di valutazione. AICPA affermò, allora, che i report dovevano evidenziare maggiormente i piani, le strategie e soprattutto focalizzare con maggiore attenzione i fattori (non finanziari) che contribuiscono alla crescita nel lungo periodo. Nel 1994 vi fu anche un altro importantissimo ente che iniziò i propri lavori circa la misurazione delle performance nella moderna economia, il Canadian institute of chartered accountants. Nel documento di apertura dei lavori intitolato proprio Performance mesure in the new economy scritto da R. McLean l’ ente rilevava la mancanza di modelli di comunicazione e di valutazione che riuscissero a misurare le variabili chiave della economia moderna. Nel 1998 al meeting board la FASB decise di avviare un precisa ricerca per quanto concerne i business reporting. Formò uno Steering Committe che aveva tra i suoi compiti principali quello di definire uno standard universalmente valido per la definizione di disclosure che permettessero alle aziende di comunicare le variabili non finanziarie, ritenute cruciali nel processo di creazione del valore. Al contrario, però, di quanto di quanto possa sembrare è proprio l’ Europa ad essere l’ area geografica più attiva per ciò che concerne il tema degli intangibili. In particolar modo il nord Europa. Infatti; il ministero danese per L’ industria e il Commercio avviò il progetto “Intellectual Capital Statement” che ha generato, nel 1997 un rapporto su dieci aziende che hanno realizzato un intellectual capital balance. Nel 1999 il Ministero degli Affari Economici olandese pubblicò un documento intitolato Intangibile Asset Accounts with Knowledge1 con il quale ci si proponeva in collaborazione con 4 società di accounting di elaborare modelli per comunicare informazioni sugli intangibili. Il progetto coinvolse: KPMG, Ernst&Young, PricawatherhouseCoopers e Walgemoed. Sempre nel nord Europa in Nordic Industrial Fund (istituzione finanziaria pubblica condivisa da Norvegia, Svezia e Finlandia) si è impegnata nel progetto “NORDIKA” volto a definire linee guida precise per la creazione di nuovi report aziendali in cui si evidenzino le variabili relative al capitale intellettuale. Anche l’ Unione Europea si è impegnata sul tema; bisogna sottolineare la creazione dell’ High Level Expert Group sull’ economia intangibile. Si tratta di un gruppo di ricerca interdisciplinare istituito dalla Direzione Generale “Imprese” della Commisione Europea. Il progetto di ricerca è iniziato nel gennaio 2000 ed ha prodotto un documento che descrive l’ influenza degli intangibili sulla gestione e sulla performance aziendale. Successivamente la Commisione, nel 2001, ha finanziato un importante progetto di ricerca (denominato “Rescue”) nonché l’ incarico di svolgere nel 2002 uno studio sullo stesso tema assegnato – mediante gara pubblica – congiuntamente alle Università di New York, Ferrara e Melbourne. Come si vede molteplici sono ormai le sperimentazioni maturate al livello internazionale sul tema degli intangibles ma bisogna rilevare che ancora oggi manca uno standard universalmente accettato per la misurazione, valutazione e comunicazione del capitale intangibile. In questo lavoro cercherò di affrontare la materia degli intangibles e del capitale intellettuale relazionando sulle definizioni, sulla rendicontazione e sulla comunicazione.
A.A. 2007/2008
intellectual capital
capitale intellettuale
intangible asset
intangibili
Settore SECS-P/11 - Economia degli Intermediari Finanziari
en
Tesi di dottorato
Noviello, F. (2009). Intellectual capital.
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