Curato a quattro mani da Francesca Alesse e Lorenzo Giovannetti con la collaborazione di Pamela Barletta, questo volume si propone di dar risposta dal punto di vista della storia delle idee all’esigenza di comprendere la modalità di relazione connotata dall’odio chiamando a raccolta studiosi di formazione storica esperti nelle diverse scuole disciplinari, tra storia, filosofia e letteratura che hanno proposto una campionatura dell’odio dalla Grecia classica alla letteratura del Novecento. La metodologia si basa sulla convinzione che la «definizione teorica di una nozione di rilevanza culturale», quale certamente è l’odio, non può che trarre beneficio da una «ricognizione storico-documentaria della sua esistenza e del suo eventuale sviluppo». Tentare una storia delle idee sull’odio: non potrebbe essere più chiara Alesse nella sua introduzione: obiettivo del volume è vedere l’odio soprattutto, benché non esclusivamente, «sotto il profilo storico-filosofico e con una particolate attenzione al lessico dei testi e degli autori presi in esame» (p. 7). Nel suo saggio ad ampio respiro su L’odio e la sua espressione nella Grecia classica (pp. 33-58) Lorenzo Giovannetti si propone di rinvenire le coordinate principali del «modo in cui alcune componenti cruciali della cultura greca classica hanno espresso e organizzato linguisticamente l’odio, l’inimicizia e il conflitto tra individui o gruppi» (p. 33). L’approccio è marcatamente lessicologico e si basa sull’esame di un contingente notevole di testi, tipologicamente vario e volto alla ricerca di uno spettro di termini che semanticamente possano farsi convergere sul senso di odio e di sentimento conflittuale. Giovannetti conclude la sua disamina con l’individuazione di tre famiglie di termini. Una prima famiglia indica l’odio come repulsione e orrore, una seconda si concentra in maniera considerevole sui conflitti sociali e il loro riconoscimento in un’ottica competitiva, una terza indica una qualche forma di «astrazione e conseguente razionalizzazione dell’odio, accompagnata anche dalla costruzione di termini composti con la presenza del prefisso μισο-» (p. 54). Il contributo di Michele Alessandrelli su L’odio come modo d’essere nell’Orestea di Eschilo (pp. 59-79) mette in luce come il binomio di simmetria e reciprocità sovrasti la vicenda tragica, senza però por fine all’impulso recriminatorio e vendicativo, che anzi perpetua una serie di atti sanguinari senza trovare compensazione. L’Orestea è fondamentale per capire il passaggio epocale che porta dalla ricerca di soddisfazione della vendetta al diritto istituzionalizzato. Importante nell’analisi di Alessandrelli è il concetto di misura: se l’uomo sapiente è l’uomo misurato che non supera il limite che non gli è dato di poter superare, il folle è tracotante e smisurato per definizione, per cui «c’è nell’Orestea questa contraddizione o tensione: gli dèi avanzano una istanza di giustizia che deve essere compiuta secondo misura, tuttavia, a farsi carico di questa istanza sono gli uomini, che nel dare soddisfazione a questa istanza, realizzano la giustizia divina secondo dismisura» (p. 64). Con L’odio in Platone: un’affezione ambigua (pp. 81-93) Bruno Centrone procede a una non semplice disamina della visione platonica dell’odio, di cui in verità Platone non offre una trattazione articolata, a differenza di Aristotele, che spiega come l’odio non sia legato a ragioni personali e sia rivolto «a categorie di individui (πρὸς τὰ γένη) più che a singoli; non è, come invece è l’ira, soggetto a venir meno (guaribile) con il tempo (ἀνίατος) e non è accompagnato da dolore e sofferenza; l’odio, infine, non desidera la sofferenza, ma piuttosto la non-esistenza del suo oggetto». Per Platone e Aristotele l’odio si presenta come una «affezione non dolorosa consistente nel desiderare il male e il non-esserci, o se del caso, l’annientamento, del suo oggetto, costituito da una categoria di individui più che da soggetti particolari» (pp. 83-84). Con Kepos e comunità: l’odio secondo l’epicureismo greco (pp. 95-121) Enrico Piergiacomi ci offre un esempio significativo della natura multiforme della passione negativa, ossia di quel novero di sentimenti avvilenti che pongono l’individuo in conflitto con sé, oltre che in contrasto con gli altri: «Il concetto di odio viene generalmente tradotto con μῖσος e così distinto da passioni come l’invidia, il disprezzo, la contesa e la rivalità […]. Anche l’ira, l’invidia e simili potrebbero comportare la presenza dell’odio. Quest’ultimo può essere considerato, in un certo senso, come il genere di cui le altre passioni sono le specie». Per tale ragione si parla in generale di passioni d’odio pur «provando – laddove è possibile, o almeno utile – a isolare le considerazioni specifiche sul μῖσος, sul disprezzo e sull’invidia» (p. 96). Elisa Della Calce e Simone Mollea, nel contributo Per uno stato modello: odium regni e humanitas nel De republica ciceroniano (pp. 123-145), mettono a fuoco il motivo dell’odium regni, esemplificato da Cicerone nella II Filippica: «Antonio viene criticato per il suo comportamento tirannico, tanto da essere paragonato ad alcuni personaggi della storia più antica di Roma che a partire da Tarquinio il Superbo incarnano una minaccia consistente per la stabilità e la pace interna, in virtù della loro arroganza e cupidigia» (p. 128). Chiara Rover, in Il carattere bivalente dell’odio nel De rerum natura di Lucrezio (pp. 145-169), fornisce spunti di riflessione su come l’analisi dell’odio sia condotta in contiguità, benché non in coincidenza, con quella dell’invidia e alla luce della «triade primigenia», costituita da paura, desiderio e, appunto, odio: «Disquisendo intorno alla dottrina relativa alla maniera in cui si deve vivere (περὶ δὲ τῶν βιωτικῶν) proposta da Epicuro», Lucrezio tiene separato l’odio dall’invidia, «considerata come una peculiare declinazione dell’odio là dove si consideri l’odio nella sua forma primigenia e più fondamentale, ossia come odio verso se stessi e la vita» (p. 153). Il saggio di Francesca Calabi, Alessandria d’Egitto, 38 d.C.: L’esplodere di un odio secolare (pp. 171-195), presenta due testimonianze sull’antisemitismo, la In Flaccum e la Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino: «L’opposizione tra comunità che sfocia nei disordini del 38 riguarda Egiziani ed Ebrei, divisi da aggressività, disgusto oltre che disprezzo, dalla sensazione di appartenere a un altro mondo, a un’altra sfera, di essere totalmente differenti, non raffrontabili, di non avere nulla di comune» (p. 182). Nel contributo Increscit dolor et fervet odium. Seneca: la dimensione psico-fisica della passione (pp. 197-216), Stefano Maso presenta Medea, emblema dell’odio nella sua forma più radicale. Seneca insiste ossessivamente sul dolor che guida l’azione di Medea: «La traduzione con rancore consente di precisare che si tratta di un’offesa che ha interessato nel profondo l’animo di Medea. Una sofferenza che produce risentimento ed esige vendetta. In altre parole: un odio estremo che si è tradotto nel superamento di ogni confine nel tentativo di compiere la vendetta e di raggiungere la soddisfazione completa. Dolor in questo senso appare sin dall’inizio, al v. 49: gravior exurgat dolor; quindi eccolo invitato a esprimersi con furore: melius, a melius, dolor furiose, loquere” (pp. 211). A proposito di alcuni esempi dalla trattatistica teologico-morale tra Cinque e Seicento, in L’odio come categoria politica? Percorsi tra foro interno e foro esterno nella trattatistica teologico-morale della prima età moderna (pp. 217-240), Paolo Broggio propone un doppio registro per individuare le caratteristiche principali dei cosiddetti peccati d’odio, che riguardano «sia il foro della coscienza (il compiacersi per il male o il rattristarsi per il bene occorsi al proprio nemico), sia il foro esterno (gli atti esterni che si ricollegano allo stato di inimicizia)» (p. 221). Se nel foro interno ci si pone in relazione ai temi del peccato, della penitenza e dell’ascesi spirituale, nel secondo la considerazione si sposta sulle strutture sociali gerarchizzate, regolate secondo rapporti rigidi di subordinazione e discriminazione, gli eccessi dei quali possono essere regolamentati solo dall’etica cristiana della carità e del perdono. Con il saggio su Erasmo da Rotterdam e l’espressione dell’odio (pp. 241-260), Enrico Pasini si sofferma sul ricorso all’invettiva e alla polemica come espressione di un personale confronto con le idee e i protagonisti di un’epoca percorsa da autentici sconvolgimenti. In questi mari d’odio Erasmo «nuota controvoglia, seppur senza farsi spaventare: ma ne prova un persistente disgusto. Ci si odia nelle corti, nei conventi, nei collegi; vi sono odii profondi nella nascente repubblica delle lettere. L’odio tra i monarchi porta le nazioni in guerra, gli odii privati causano lotte intestine, i concionatori aizzano senza fine un popolo contro l’altro. L’odio religioso manda persone in battaglia, in esilio, in prigione, sul rogo. L’odio è raccomandato: bisogna detestare volta a volta gli eretici, gli scismatici, i papisti, gli ebrei, i turchi» (p. 241). Delfina Giovannozzi affronta Il trattato Angoscia, Doglia e Pena di Michelangelo Biondo: tra retorica, misogina e autobiografia (pp. 261-285) e considera un altro importante topos dell’odio, la misoginia. Biondo descrive la donna come più velenosa che la peste, «demonio de inferno», perché ha in spregio le cose buone e degne: «Dunque la donna tale chiameremo “tenebre de inferno”, perché la donna, senza splendore e senza ragione, supera l’inferno con tenebre, ed il demonio con la mala operazione, perché, essendo senza ragione, non puoi avere altre che tali proprietà» (p. 277). P. es. l’evidente duplicità di sentimenti di Biondo nei confronti della sua sposa, «amata con dolce passione nei primi anni di matrimonio e in seguito odiata perché superba, iraconda, incline al lusso e vanagloriosa» (p. 279). Luisa Simonutti, in L’odio verso lo straniero, il diverso nel Mediterraneo nella prima modernità: qualche appunto (pp. 287-302), propone un’esplorazione della visione che la cristianità sviluppa nei confronti della cultura islamica, principalmente rappresentata dal sultanato ottomano. Lutero p. es. «era convinto che il diavolo fosse sempre attivo nel mondo e che Maometto fosse posseduto da Satana e l’esercito ottomano fosse, dunque, servo del diavolo; convinzioni che rimasero presenti e attraversarono la sua concezione dottrinaria» (p. 291). In Declinazioni dell’odio nella filosofia di Spinoza (pp. 303-327) Pina Totaro tematizza l’odio come passione triste: «Odio e amore sono inestricabilmente connessi nel gioco delle relazioni del singolo con l’altro da sé, ma nella tessitura dei vari comportamenti individuali l’odio non è devianza, scissione o rottura, ma l’effetto di una conoscenza inadeguata che può essere superata solo dopo che avremo conosciuto che tutte le cose che avvengono sono prodotte secondo un ordine eterno e secondo leggi determinate della natura. Nel Tractatus de intellectus emendatione Spinoza mostra che odio e amore sono espressioni legate alla complessità delle dinamiche affettive e conseguenti a determinate percezioni di bene e di male per l’uomo. Solo attraverso una completa comprensione di tali concetti, si potrà pervenire a una corretta individuazione del nostro vero e sommo bene e alla nostra e altrui perfezione» (p. 305). Il contributo di Manuela Sanna, L’ipotesi di una literarum societas contro una retorica dell’odio nelle Orazioni di Vico (pp. 329-342), mostra come la tematica dell’odio sia essenzialmente connessa ad alcuni elementi fondanti del pensiero di Vico e della sua visione del consorzio umano e della storia. Quando l’elemento barbarico ritorna a travolgere l’uomo, l’odio «ritorna sempre affinato di strumenti e modi sconosciuti a quella che era stata la barbarie originaria dei bestioni delle selve. […] La barbarie della riflessione, più insidiosa e pericolosa della barbarie degli esordi, porta con sé attentati aggressivi perpetrati da uomini che agiscono contro altri uomini, finché l’intervento della Provvidenza non provvede a ricondurli alla semplicità originaria e a ripristinare la fiducia come sentimento primario e reciproco» (p. 340). L’ultimo contributo, quello di Patrizia Spinato, su La rielaborazione dell’odio in Mario Paoletti (pp. 343-358), sposta l’analisi all’ultimo quarto del Novecento, al centro di una ancora sensibilissima vicenda politica quale la dittatura argentina, nella quale l’odio, «forma estrema di rabbia, rappresenta una risorsa di reazione irrinunciabile ma qui non si erge a fondamento né giustifica una condotta violenta o immorale. I vissuti subiti non autorizzano comportamenti o sentimenti più legati all’istintività bestiale che al raziocinio» (p. 357). Ricostruire l’odio nella prospettiva della storia delle idee, l’obiettivo del volume, pienamente raggiunto, è vedere il fenomeno nelle sue persistenze e metamorfosi, mettendo alla luce un filone tematico sensibile del quale sono note quelle radici storiche e documentarie che nella nostra civiltà più si sono presentate nel corso dei secoli. Poiché se ormai da diversi anni è chiara la richiesta di comprensione della nozione di odio e del linguaggio dell’odio (hate speech), altrettanto chiara è «la difficoltà di definire in modo univoco, specifico e costante l’odio come emozione, senza evocarne altre e senza tener conto del contesto ambientale che si ponga a giustificazione della sua insorgenza» (p. 7).

Pozzo, R. (2025). Review of Francesca Alesse and Lorenzo Giovannetti (eds.), Le metamorfosi dell’odio. Percorso interdisciplinare tra storia, filosofia, letteratura (Torino: Rosenberg & Sellier, 2023). RIVISTA DI FILOSOFIA NEOSCOLASTICA, 117(1), 259-262.

Review of Francesca Alesse and Lorenzo Giovannetti (eds.), Le metamorfosi dell’odio. Percorso interdisciplinare tra storia, filosofia, letteratura (Torino: Rosenberg & Sellier, 2023)

Pozzo, R
2025-09-01

Abstract

Curato a quattro mani da Francesca Alesse e Lorenzo Giovannetti con la collaborazione di Pamela Barletta, questo volume si propone di dar risposta dal punto di vista della storia delle idee all’esigenza di comprendere la modalità di relazione connotata dall’odio chiamando a raccolta studiosi di formazione storica esperti nelle diverse scuole disciplinari, tra storia, filosofia e letteratura che hanno proposto una campionatura dell’odio dalla Grecia classica alla letteratura del Novecento. La metodologia si basa sulla convinzione che la «definizione teorica di una nozione di rilevanza culturale», quale certamente è l’odio, non può che trarre beneficio da una «ricognizione storico-documentaria della sua esistenza e del suo eventuale sviluppo». Tentare una storia delle idee sull’odio: non potrebbe essere più chiara Alesse nella sua introduzione: obiettivo del volume è vedere l’odio soprattutto, benché non esclusivamente, «sotto il profilo storico-filosofico e con una particolate attenzione al lessico dei testi e degli autori presi in esame» (p. 7). Nel suo saggio ad ampio respiro su L’odio e la sua espressione nella Grecia classica (pp. 33-58) Lorenzo Giovannetti si propone di rinvenire le coordinate principali del «modo in cui alcune componenti cruciali della cultura greca classica hanno espresso e organizzato linguisticamente l’odio, l’inimicizia e il conflitto tra individui o gruppi» (p. 33). L’approccio è marcatamente lessicologico e si basa sull’esame di un contingente notevole di testi, tipologicamente vario e volto alla ricerca di uno spettro di termini che semanticamente possano farsi convergere sul senso di odio e di sentimento conflittuale. Giovannetti conclude la sua disamina con l’individuazione di tre famiglie di termini. Una prima famiglia indica l’odio come repulsione e orrore, una seconda si concentra in maniera considerevole sui conflitti sociali e il loro riconoscimento in un’ottica competitiva, una terza indica una qualche forma di «astrazione e conseguente razionalizzazione dell’odio, accompagnata anche dalla costruzione di termini composti con la presenza del prefisso μισο-» (p. 54). Il contributo di Michele Alessandrelli su L’odio come modo d’essere nell’Orestea di Eschilo (pp. 59-79) mette in luce come il binomio di simmetria e reciprocità sovrasti la vicenda tragica, senza però por fine all’impulso recriminatorio e vendicativo, che anzi perpetua una serie di atti sanguinari senza trovare compensazione. L’Orestea è fondamentale per capire il passaggio epocale che porta dalla ricerca di soddisfazione della vendetta al diritto istituzionalizzato. Importante nell’analisi di Alessandrelli è il concetto di misura: se l’uomo sapiente è l’uomo misurato che non supera il limite che non gli è dato di poter superare, il folle è tracotante e smisurato per definizione, per cui «c’è nell’Orestea questa contraddizione o tensione: gli dèi avanzano una istanza di giustizia che deve essere compiuta secondo misura, tuttavia, a farsi carico di questa istanza sono gli uomini, che nel dare soddisfazione a questa istanza, realizzano la giustizia divina secondo dismisura» (p. 64). Con L’odio in Platone: un’affezione ambigua (pp. 81-93) Bruno Centrone procede a una non semplice disamina della visione platonica dell’odio, di cui in verità Platone non offre una trattazione articolata, a differenza di Aristotele, che spiega come l’odio non sia legato a ragioni personali e sia rivolto «a categorie di individui (πρὸς τὰ γένη) più che a singoli; non è, come invece è l’ira, soggetto a venir meno (guaribile) con il tempo (ἀνίατος) e non è accompagnato da dolore e sofferenza; l’odio, infine, non desidera la sofferenza, ma piuttosto la non-esistenza del suo oggetto». Per Platone e Aristotele l’odio si presenta come una «affezione non dolorosa consistente nel desiderare il male e il non-esserci, o se del caso, l’annientamento, del suo oggetto, costituito da una categoria di individui più che da soggetti particolari» (pp. 83-84). Con Kepos e comunità: l’odio secondo l’epicureismo greco (pp. 95-121) Enrico Piergiacomi ci offre un esempio significativo della natura multiforme della passione negativa, ossia di quel novero di sentimenti avvilenti che pongono l’individuo in conflitto con sé, oltre che in contrasto con gli altri: «Il concetto di odio viene generalmente tradotto con μῖσος e così distinto da passioni come l’invidia, il disprezzo, la contesa e la rivalità […]. Anche l’ira, l’invidia e simili potrebbero comportare la presenza dell’odio. Quest’ultimo può essere considerato, in un certo senso, come il genere di cui le altre passioni sono le specie». Per tale ragione si parla in generale di passioni d’odio pur «provando – laddove è possibile, o almeno utile – a isolare le considerazioni specifiche sul μῖσος, sul disprezzo e sull’invidia» (p. 96). Elisa Della Calce e Simone Mollea, nel contributo Per uno stato modello: odium regni e humanitas nel De republica ciceroniano (pp. 123-145), mettono a fuoco il motivo dell’odium regni, esemplificato da Cicerone nella II Filippica: «Antonio viene criticato per il suo comportamento tirannico, tanto da essere paragonato ad alcuni personaggi della storia più antica di Roma che a partire da Tarquinio il Superbo incarnano una minaccia consistente per la stabilità e la pace interna, in virtù della loro arroganza e cupidigia» (p. 128). Chiara Rover, in Il carattere bivalente dell’odio nel De rerum natura di Lucrezio (pp. 145-169), fornisce spunti di riflessione su come l’analisi dell’odio sia condotta in contiguità, benché non in coincidenza, con quella dell’invidia e alla luce della «triade primigenia», costituita da paura, desiderio e, appunto, odio: «Disquisendo intorno alla dottrina relativa alla maniera in cui si deve vivere (περὶ δὲ τῶν βιωτικῶν) proposta da Epicuro», Lucrezio tiene separato l’odio dall’invidia, «considerata come una peculiare declinazione dell’odio là dove si consideri l’odio nella sua forma primigenia e più fondamentale, ossia come odio verso se stessi e la vita» (p. 153). Il saggio di Francesca Calabi, Alessandria d’Egitto, 38 d.C.: L’esplodere di un odio secolare (pp. 171-195), presenta due testimonianze sull’antisemitismo, la In Flaccum e la Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino: «L’opposizione tra comunità che sfocia nei disordini del 38 riguarda Egiziani ed Ebrei, divisi da aggressività, disgusto oltre che disprezzo, dalla sensazione di appartenere a un altro mondo, a un’altra sfera, di essere totalmente differenti, non raffrontabili, di non avere nulla di comune» (p. 182). Nel contributo Increscit dolor et fervet odium. Seneca: la dimensione psico-fisica della passione (pp. 197-216), Stefano Maso presenta Medea, emblema dell’odio nella sua forma più radicale. Seneca insiste ossessivamente sul dolor che guida l’azione di Medea: «La traduzione con rancore consente di precisare che si tratta di un’offesa che ha interessato nel profondo l’animo di Medea. Una sofferenza che produce risentimento ed esige vendetta. In altre parole: un odio estremo che si è tradotto nel superamento di ogni confine nel tentativo di compiere la vendetta e di raggiungere la soddisfazione completa. Dolor in questo senso appare sin dall’inizio, al v. 49: gravior exurgat dolor; quindi eccolo invitato a esprimersi con furore: melius, a melius, dolor furiose, loquere” (pp. 211). A proposito di alcuni esempi dalla trattatistica teologico-morale tra Cinque e Seicento, in L’odio come categoria politica? Percorsi tra foro interno e foro esterno nella trattatistica teologico-morale della prima età moderna (pp. 217-240), Paolo Broggio propone un doppio registro per individuare le caratteristiche principali dei cosiddetti peccati d’odio, che riguardano «sia il foro della coscienza (il compiacersi per il male o il rattristarsi per il bene occorsi al proprio nemico), sia il foro esterno (gli atti esterni che si ricollegano allo stato di inimicizia)» (p. 221). Se nel foro interno ci si pone in relazione ai temi del peccato, della penitenza e dell’ascesi spirituale, nel secondo la considerazione si sposta sulle strutture sociali gerarchizzate, regolate secondo rapporti rigidi di subordinazione e discriminazione, gli eccessi dei quali possono essere regolamentati solo dall’etica cristiana della carità e del perdono. Con il saggio su Erasmo da Rotterdam e l’espressione dell’odio (pp. 241-260), Enrico Pasini si sofferma sul ricorso all’invettiva e alla polemica come espressione di un personale confronto con le idee e i protagonisti di un’epoca percorsa da autentici sconvolgimenti. In questi mari d’odio Erasmo «nuota controvoglia, seppur senza farsi spaventare: ma ne prova un persistente disgusto. Ci si odia nelle corti, nei conventi, nei collegi; vi sono odii profondi nella nascente repubblica delle lettere. L’odio tra i monarchi porta le nazioni in guerra, gli odii privati causano lotte intestine, i concionatori aizzano senza fine un popolo contro l’altro. L’odio religioso manda persone in battaglia, in esilio, in prigione, sul rogo. L’odio è raccomandato: bisogna detestare volta a volta gli eretici, gli scismatici, i papisti, gli ebrei, i turchi» (p. 241). Delfina Giovannozzi affronta Il trattato Angoscia, Doglia e Pena di Michelangelo Biondo: tra retorica, misogina e autobiografia (pp. 261-285) e considera un altro importante topos dell’odio, la misoginia. Biondo descrive la donna come più velenosa che la peste, «demonio de inferno», perché ha in spregio le cose buone e degne: «Dunque la donna tale chiameremo “tenebre de inferno”, perché la donna, senza splendore e senza ragione, supera l’inferno con tenebre, ed il demonio con la mala operazione, perché, essendo senza ragione, non puoi avere altre che tali proprietà» (p. 277). P. es. l’evidente duplicità di sentimenti di Biondo nei confronti della sua sposa, «amata con dolce passione nei primi anni di matrimonio e in seguito odiata perché superba, iraconda, incline al lusso e vanagloriosa» (p. 279). Luisa Simonutti, in L’odio verso lo straniero, il diverso nel Mediterraneo nella prima modernità: qualche appunto (pp. 287-302), propone un’esplorazione della visione che la cristianità sviluppa nei confronti della cultura islamica, principalmente rappresentata dal sultanato ottomano. Lutero p. es. «era convinto che il diavolo fosse sempre attivo nel mondo e che Maometto fosse posseduto da Satana e l’esercito ottomano fosse, dunque, servo del diavolo; convinzioni che rimasero presenti e attraversarono la sua concezione dottrinaria» (p. 291). In Declinazioni dell’odio nella filosofia di Spinoza (pp. 303-327) Pina Totaro tematizza l’odio come passione triste: «Odio e amore sono inestricabilmente connessi nel gioco delle relazioni del singolo con l’altro da sé, ma nella tessitura dei vari comportamenti individuali l’odio non è devianza, scissione o rottura, ma l’effetto di una conoscenza inadeguata che può essere superata solo dopo che avremo conosciuto che tutte le cose che avvengono sono prodotte secondo un ordine eterno e secondo leggi determinate della natura. Nel Tractatus de intellectus emendatione Spinoza mostra che odio e amore sono espressioni legate alla complessità delle dinamiche affettive e conseguenti a determinate percezioni di bene e di male per l’uomo. Solo attraverso una completa comprensione di tali concetti, si potrà pervenire a una corretta individuazione del nostro vero e sommo bene e alla nostra e altrui perfezione» (p. 305). Il contributo di Manuela Sanna, L’ipotesi di una literarum societas contro una retorica dell’odio nelle Orazioni di Vico (pp. 329-342), mostra come la tematica dell’odio sia essenzialmente connessa ad alcuni elementi fondanti del pensiero di Vico e della sua visione del consorzio umano e della storia. Quando l’elemento barbarico ritorna a travolgere l’uomo, l’odio «ritorna sempre affinato di strumenti e modi sconosciuti a quella che era stata la barbarie originaria dei bestioni delle selve. […] La barbarie della riflessione, più insidiosa e pericolosa della barbarie degli esordi, porta con sé attentati aggressivi perpetrati da uomini che agiscono contro altri uomini, finché l’intervento della Provvidenza non provvede a ricondurli alla semplicità originaria e a ripristinare la fiducia come sentimento primario e reciproco» (p. 340). L’ultimo contributo, quello di Patrizia Spinato, su La rielaborazione dell’odio in Mario Paoletti (pp. 343-358), sposta l’analisi all’ultimo quarto del Novecento, al centro di una ancora sensibilissima vicenda politica quale la dittatura argentina, nella quale l’odio, «forma estrema di rabbia, rappresenta una risorsa di reazione irrinunciabile ma qui non si erge a fondamento né giustifica una condotta violenta o immorale. I vissuti subiti non autorizzano comportamenti o sentimenti più legati all’istintività bestiale che al raziocinio» (p. 357). Ricostruire l’odio nella prospettiva della storia delle idee, l’obiettivo del volume, pienamente raggiunto, è vedere il fenomeno nelle sue persistenze e metamorfosi, mettendo alla luce un filone tematico sensibile del quale sono note quelle radici storiche e documentarie che nella nostra civiltà più si sono presentate nel corso dei secoli. Poiché se ormai da diversi anni è chiara la richiesta di comprensione della nozione di odio e del linguaggio dell’odio (hate speech), altrettanto chiara è «la difficoltà di definire in modo univoco, specifico e costante l’odio come emozione, senza evocarne altre e senza tener conto del contesto ambientale che si ponga a giustificazione della sua insorgenza» (p. 7).
1-set-2025
Pubblicato
Rilevanza internazionale
Recensione
Comitato scientifico
Settore PHIL-05/A - Storia della filosofia
Italian
Storia delle idee, odio, Lessico Intellettuale Europeo
Pozzo, R. (2025). Review of Francesca Alesse and Lorenzo Giovannetti (eds.), Le metamorfosi dell’odio. Percorso interdisciplinare tra storia, filosofia, letteratura (Torino: Rosenberg & Sellier, 2023). RIVISTA DI FILOSOFIA NEOSCOLASTICA, 117(1), 259-262.
Pozzo, R
Articolo su rivista
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2108/434085
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact