Il titolo riprende la celebre massima spinoziana: «Sedulo curavi, humanas actiones non ridere, non lugere, neque detetestari, sed intelligere» (Tractatus theologico-politicus, I, 4), massima che, suggeriscono i curatori, rappresenta efficacemente l’habitus fatto proprio da Franco Biasutti di una prudenza metodologica consapevole della necessità di abbandonare i pregiudizi per comprendere tanto le humanae actiones, quanto i testi filosofici. I contributi raccolti in questa Festschrift preziosa rendono omaggio alla varietà degli interessi speculativi nei cinque nuclei tematici che sono riconducibili alle linee di ricerca intorno alle quali si è mossa negli anni l’intera attività scientifica del festeggiato. Se è vero che si stia facendo generalmente avanti la percezione che il genere letterario della Festschrift appartenga al passato, è anche vero che ciò che nel caso di questo volume non appartiene al passato è la presenza testimoniata dai tanti che sono vicini a Biasutti: a iniziare dai maestri Enrico Berti e Franco Chiereghin, ai colleghi nell’amministrazione universitaria Vincenzo Milanesi ed Elio Franzini, ai colleghi padovani suoi coetanei Giuseppe Micheli, Gregorio Piaia, Maria Grazia Messina, Ivano Paccagnella, Antonio Moretto, Pierdaniele Giarretta e Franco Bernabei, fino al grande spettro dei filosofi morali, si pensi a Giuseppe Cantillo, Andrea Poma, Adriano Fabris e Mario De Caro, e a quello degli storici della filosofia, si pensi oltre ai già citati padovani, a Filippo Mignini e Pierre-François Moreau. Seguono i colleghi più giovani Antonio Da Re, Luca Illetterati, Giorgio Erle, Alessandra Coppola, Ennio De Bellis, Rita Salis, Gabriele Tomasi, Romana Bassi, Claudia Corti, Barbara de Mori e Carla Ravazzolo. Un lavoro decisamente interdisciplinare, dunque polifonico, come si vede, che peraltro si potrebbe anche vedere come un manifesto a sostegno della storia della filosofia a nome della filosofia, che è una disciplina rigorosa, di portata universale e libera da ogni condizionamento, soprattutto da ogni tentativo di determinatezza storica. Gregorio Piaia ha messo in luce le aporie cui va incontro chi distingue tra «fare filosofia» e «fare storia della filosofia», mentre è proprio la coesistenza di entrambe le discipline a far da garanzia di un arricchimento reciproco, visto che «fare storia della filosofia promuove un atteggiamento più aperto alla comprensione dei diversi modi in cui l’essere umano ha cercato di accedere alla verità, e che evita l’autosufficienza in cui rischia di cadere il fare filosofia» (‘Fare filosofia’ e ‘fare storia della filosofia’, «Síntesis. Revista de filosofía», 3 [2020], pp. 9-28). A ragione, Vincenzo Milanesi osserva che si tratta di un «volume davvero ricco, sontuoso vorrei dire, dove la qualità dei contributi pubblicati è sempre di alto livello» (p. XV). Se è vero che il formato di una Festschrift oggi mostra limiti quasi insormontabili connessi alla disponibilità degli autori a rinunciare ai diritti di proprietà intellettuale di contributi che potrebbero trovare collocazione in riviste prestigiose consultabili a largo raggio, è anche vero che il confronto tra l’elenco delle pubblicazioni di Biasutti (pp. XXIII-XXXIX) e l’interdisciplinarità riscontrabile nei contributi degli autori mostra una piena, fertile coincidenza. Se da una parte non può sfuggire la partecipazione di Biasutti, assieme a Berti, al XXVI Congresso Mondiale di Filosofia di Düsseldorf nel 1978 (p. XXVI), è con grande attenzione che chi si occupa di illuminismo e classicismo in Veneto a cavallo del trattato di Campoformio (1797) nota come gli studi di Biasutti su Cesarotti – e in particolare quello intitolato Melchiorre Cesarotti. La traduzione come ermeneutica filosofica (in Melchiorre Cesarotti, a cura di Antonio Daniele, Esedra, Padova 2011, pp. 283-294) – abbiano contribuito a ricontestualizzare questioni importanti sulla teoria della traduzione e tra queste, appunto, quelle sollevate da Luca Illetterati nel suo contributo su La traduzione come lingua della storia (pp. 273-284), nel quale si parla della dicotomia tra «lingua pura» e «lingua storica», riprendendo, appunto, i lavori di Biasutti su Cesarotti. Altri due titoli di Biasutti citati nella Festschrift sono le due monografie La dottrina della scienza in Spinoza (Patron, Padova 1990) e Dialettica e metodo in Hegel (il Lavoro, Ancona 1999). Sono in tutto cinque le sezioni tematiche pensate per raccogliere i contributi in onore di Biasutti. Manca purtroppo un indice dei nomi, che avrebbe indubbiamente aiutato il lettore. Nella prima, Filosofia antica e tradizione aristotelica, dopo Alessandra Coppola sul filosofo ridicolo di Platone (pp. 3-13), tocca a Enrico Berti (mancato nel 2022) parlare di cosa si intenda oggi per «aristotelismo» (pp. 15-30), e poi a Rita Salis parlare di Giovanni Filopono (pp. 31-44), a Ennio De Bellis dei galenisti cinquecenteschi (pp. 45-55) e a Romana Bassi di Aristotele in Bacone (pp. 57-71). Nella seconda, Spinoza e lo spinozismo, Pierre-François Moreau riprende il concetto di Dio nell’Ethica (pp. 75-89), Filippo Mignini la questione dell’eredità mancata (pp. 91-108), Pierdaniele Giarretta il principio di ragion sufficiente (pp. 109-127), mentre Gregorio Piaia interviene sulla censura subita da Spinoza nell’Encyclopédie Méthodique del 1782 (pp. 129-139) e Leonardo Amoroso (mancato nel 2021), che cita La dottrina della scienza di Spinoza di Biasutti, si occupa di Schopenhauer lettore di Spinoza (pp. 141-152). Ricca di immagini e citazioni di poemi è la terza sezione, Tra estetica e letteratura, che vede Carla Ravazzolo occuparsi di Petrarca (pp. 155-164), Ivano Paccagnella di Antonio Brucioli (pp. 165-181), Claudia Corti di William Blake (pp. 183-203), Maria Grazia Messina della rivista «Fine Arts» (pp. 205-222), Gabriele Tommasi di Henry James (pp. 223-246), Franco Chiereghin delle Upanishads in quanto fonte di T.S. Eliot (pp. 247-272), il già citato contributo di Illetterati sulla traduzione (pp. 273-284), per concludere con le belle interviste a Biasutti condotte da Franco Bernabei sulle arti (pp. 285-299). Nella sezione sulla Filosofia tedesca, vediamo i contributi di Giuseppe Micheli sui primi kantiani (pp. 303-314), di Elio Franzini su Hegel e il terrore (pp. 315-324), di Giuseppe Cantillo su Hegel a Jena (pp. 325-339), che cita Dialettica a metodo in Hegel di Biasutti (p. 325), di Antonio Moretto sulla matematica in Hegel (pp. 343-355) e di Andrea Poma su Cohen (pp. 357-376). L’ultima sezione, Le sfide dell’etica, è aperta da Mario De Caro su Mussolini lettore di Machiavelli (pp. 379-392), seguito da Giorgio Erle sull’etica della comunicazione (pp. 393-409), da Antonio Da Re sull’etica delle virtù (pp. 411-426), da Barbara de Mori sulla bioetica (pp. 427-437) e infine da Adriano Fabris sul nuovo umanesimo (pp. 439-449). Oggi non basta che un buon libro di storia della filosofia sia un buon libro di storia della filosofia. Deve anche basarsi su solide considerazioni lessicali e storiche. Per questo motivo, anche gli storici della filosofia iniziano a confrontarsi sull’innovazione basata sulle infrastrutture di ricerca. Nelle comunità degli studiosi di scienze umane, di lettere e di patrimonio culturale, cresce l’interesse e la richiesta di metodi di elaborazione del linguaggio naturale per l’annotazione semantica e strutturale, il collegamento intelligente, la scoperta, l’interrogazione, la pulizia e la visualizzazione di dati primari e secondari. Questo vale anche per collezioni di testi come quelli contenuti in questo volume, che è ambizioso in quanto mostra come il complesso delle ricerche di Biasutti offra delle prospettive particolarmente innovative e tempestive, prima tra tutte l’aver mostrato come l’urgenza di dimostrare la mobilità e l’interdipendenza delle epoche della storia della filosofia sia oggi eccezionalmente alta. Come ha osservato Gino Roncaglia, «la prevalenza di risorse informative brevi, granulari e frammentate» non è «una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma una caratteristica contingente della sua fase evolutiva. Se è vero che il mondo digitale sta attraversando l’era della frammentazione, è anche vero che i contenuti digitali non devono essere sempre e necessariamente brevi e frammentati» (L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale, Laterza, Roma - Bari 2018, p. 12). La strada è aperta e va nella direzione di una storia della filosofia che prende parte al processo che sta portando all’evoluzione della conoscenza nella prospettiva globale dell’Antropocene.

Pozzo, R. (2025). Review of Romana Bassi, Carla Ravazzolo, Gabriele Tomasi (eds.), «… sed intelligere»: Studi in onore di Franco Biasutti (Padua: Cleup, 2022). RIVISTA DI FILOSOFIA NEOSCOLASTICA, 116(2), 482-484.

Review of Romana Bassi, Carla Ravazzolo, Gabriele Tomasi (eds.), «… sed intelligere»: Studi in onore di Franco Biasutti (Padua: Cleup, 2022)

Pozzo, Riccardo
2025-09-01

Abstract

Il titolo riprende la celebre massima spinoziana: «Sedulo curavi, humanas actiones non ridere, non lugere, neque detetestari, sed intelligere» (Tractatus theologico-politicus, I, 4), massima che, suggeriscono i curatori, rappresenta efficacemente l’habitus fatto proprio da Franco Biasutti di una prudenza metodologica consapevole della necessità di abbandonare i pregiudizi per comprendere tanto le humanae actiones, quanto i testi filosofici. I contributi raccolti in questa Festschrift preziosa rendono omaggio alla varietà degli interessi speculativi nei cinque nuclei tematici che sono riconducibili alle linee di ricerca intorno alle quali si è mossa negli anni l’intera attività scientifica del festeggiato. Se è vero che si stia facendo generalmente avanti la percezione che il genere letterario della Festschrift appartenga al passato, è anche vero che ciò che nel caso di questo volume non appartiene al passato è la presenza testimoniata dai tanti che sono vicini a Biasutti: a iniziare dai maestri Enrico Berti e Franco Chiereghin, ai colleghi nell’amministrazione universitaria Vincenzo Milanesi ed Elio Franzini, ai colleghi padovani suoi coetanei Giuseppe Micheli, Gregorio Piaia, Maria Grazia Messina, Ivano Paccagnella, Antonio Moretto, Pierdaniele Giarretta e Franco Bernabei, fino al grande spettro dei filosofi morali, si pensi a Giuseppe Cantillo, Andrea Poma, Adriano Fabris e Mario De Caro, e a quello degli storici della filosofia, si pensi oltre ai già citati padovani, a Filippo Mignini e Pierre-François Moreau. Seguono i colleghi più giovani Antonio Da Re, Luca Illetterati, Giorgio Erle, Alessandra Coppola, Ennio De Bellis, Rita Salis, Gabriele Tomasi, Romana Bassi, Claudia Corti, Barbara de Mori e Carla Ravazzolo. Un lavoro decisamente interdisciplinare, dunque polifonico, come si vede, che peraltro si potrebbe anche vedere come un manifesto a sostegno della storia della filosofia a nome della filosofia, che è una disciplina rigorosa, di portata universale e libera da ogni condizionamento, soprattutto da ogni tentativo di determinatezza storica. Gregorio Piaia ha messo in luce le aporie cui va incontro chi distingue tra «fare filosofia» e «fare storia della filosofia», mentre è proprio la coesistenza di entrambe le discipline a far da garanzia di un arricchimento reciproco, visto che «fare storia della filosofia promuove un atteggiamento più aperto alla comprensione dei diversi modi in cui l’essere umano ha cercato di accedere alla verità, e che evita l’autosufficienza in cui rischia di cadere il fare filosofia» (‘Fare filosofia’ e ‘fare storia della filosofia’, «Síntesis. Revista de filosofía», 3 [2020], pp. 9-28). A ragione, Vincenzo Milanesi osserva che si tratta di un «volume davvero ricco, sontuoso vorrei dire, dove la qualità dei contributi pubblicati è sempre di alto livello» (p. XV). Se è vero che il formato di una Festschrift oggi mostra limiti quasi insormontabili connessi alla disponibilità degli autori a rinunciare ai diritti di proprietà intellettuale di contributi che potrebbero trovare collocazione in riviste prestigiose consultabili a largo raggio, è anche vero che il confronto tra l’elenco delle pubblicazioni di Biasutti (pp. XXIII-XXXIX) e l’interdisciplinarità riscontrabile nei contributi degli autori mostra una piena, fertile coincidenza. Se da una parte non può sfuggire la partecipazione di Biasutti, assieme a Berti, al XXVI Congresso Mondiale di Filosofia di Düsseldorf nel 1978 (p. XXVI), è con grande attenzione che chi si occupa di illuminismo e classicismo in Veneto a cavallo del trattato di Campoformio (1797) nota come gli studi di Biasutti su Cesarotti – e in particolare quello intitolato Melchiorre Cesarotti. La traduzione come ermeneutica filosofica (in Melchiorre Cesarotti, a cura di Antonio Daniele, Esedra, Padova 2011, pp. 283-294) – abbiano contribuito a ricontestualizzare questioni importanti sulla teoria della traduzione e tra queste, appunto, quelle sollevate da Luca Illetterati nel suo contributo su La traduzione come lingua della storia (pp. 273-284), nel quale si parla della dicotomia tra «lingua pura» e «lingua storica», riprendendo, appunto, i lavori di Biasutti su Cesarotti. Altri due titoli di Biasutti citati nella Festschrift sono le due monografie La dottrina della scienza in Spinoza (Patron, Padova 1990) e Dialettica e metodo in Hegel (il Lavoro, Ancona 1999). Sono in tutto cinque le sezioni tematiche pensate per raccogliere i contributi in onore di Biasutti. Manca purtroppo un indice dei nomi, che avrebbe indubbiamente aiutato il lettore. Nella prima, Filosofia antica e tradizione aristotelica, dopo Alessandra Coppola sul filosofo ridicolo di Platone (pp. 3-13), tocca a Enrico Berti (mancato nel 2022) parlare di cosa si intenda oggi per «aristotelismo» (pp. 15-30), e poi a Rita Salis parlare di Giovanni Filopono (pp. 31-44), a Ennio De Bellis dei galenisti cinquecenteschi (pp. 45-55) e a Romana Bassi di Aristotele in Bacone (pp. 57-71). Nella seconda, Spinoza e lo spinozismo, Pierre-François Moreau riprende il concetto di Dio nell’Ethica (pp. 75-89), Filippo Mignini la questione dell’eredità mancata (pp. 91-108), Pierdaniele Giarretta il principio di ragion sufficiente (pp. 109-127), mentre Gregorio Piaia interviene sulla censura subita da Spinoza nell’Encyclopédie Méthodique del 1782 (pp. 129-139) e Leonardo Amoroso (mancato nel 2021), che cita La dottrina della scienza di Spinoza di Biasutti, si occupa di Schopenhauer lettore di Spinoza (pp. 141-152). Ricca di immagini e citazioni di poemi è la terza sezione, Tra estetica e letteratura, che vede Carla Ravazzolo occuparsi di Petrarca (pp. 155-164), Ivano Paccagnella di Antonio Brucioli (pp. 165-181), Claudia Corti di William Blake (pp. 183-203), Maria Grazia Messina della rivista «Fine Arts» (pp. 205-222), Gabriele Tommasi di Henry James (pp. 223-246), Franco Chiereghin delle Upanishads in quanto fonte di T.S. Eliot (pp. 247-272), il già citato contributo di Illetterati sulla traduzione (pp. 273-284), per concludere con le belle interviste a Biasutti condotte da Franco Bernabei sulle arti (pp. 285-299). Nella sezione sulla Filosofia tedesca, vediamo i contributi di Giuseppe Micheli sui primi kantiani (pp. 303-314), di Elio Franzini su Hegel e il terrore (pp. 315-324), di Giuseppe Cantillo su Hegel a Jena (pp. 325-339), che cita Dialettica a metodo in Hegel di Biasutti (p. 325), di Antonio Moretto sulla matematica in Hegel (pp. 343-355) e di Andrea Poma su Cohen (pp. 357-376). L’ultima sezione, Le sfide dell’etica, è aperta da Mario De Caro su Mussolini lettore di Machiavelli (pp. 379-392), seguito da Giorgio Erle sull’etica della comunicazione (pp. 393-409), da Antonio Da Re sull’etica delle virtù (pp. 411-426), da Barbara de Mori sulla bioetica (pp. 427-437) e infine da Adriano Fabris sul nuovo umanesimo (pp. 439-449). Oggi non basta che un buon libro di storia della filosofia sia un buon libro di storia della filosofia. Deve anche basarsi su solide considerazioni lessicali e storiche. Per questo motivo, anche gli storici della filosofia iniziano a confrontarsi sull’innovazione basata sulle infrastrutture di ricerca. Nelle comunità degli studiosi di scienze umane, di lettere e di patrimonio culturale, cresce l’interesse e la richiesta di metodi di elaborazione del linguaggio naturale per l’annotazione semantica e strutturale, il collegamento intelligente, la scoperta, l’interrogazione, la pulizia e la visualizzazione di dati primari e secondari. Questo vale anche per collezioni di testi come quelli contenuti in questo volume, che è ambizioso in quanto mostra come il complesso delle ricerche di Biasutti offra delle prospettive particolarmente innovative e tempestive, prima tra tutte l’aver mostrato come l’urgenza di dimostrare la mobilità e l’interdipendenza delle epoche della storia della filosofia sia oggi eccezionalmente alta. Come ha osservato Gino Roncaglia, «la prevalenza di risorse informative brevi, granulari e frammentate» non è «una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma una caratteristica contingente della sua fase evolutiva. Se è vero che il mondo digitale sta attraversando l’era della frammentazione, è anche vero che i contenuti digitali non devono essere sempre e necessariamente brevi e frammentati» (L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale, Laterza, Roma - Bari 2018, p. 12). La strada è aperta e va nella direzione di una storia della filosofia che prende parte al processo che sta portando all’evoluzione della conoscenza nella prospettiva globale dell’Antropocene.
1-set-2025
Pubblicato
Rilevanza internazionale
Recensione
Comitato scientifico
Settore PHIL-05/A - Storia della filosofia
Italian
Franco Biasutti, Melchiorre Cesarotti, Immanuel Kant
Pozzo, R. (2025). Review of Romana Bassi, Carla Ravazzolo, Gabriele Tomasi (eds.), «… sed intelligere»: Studi in onore di Franco Biasutti (Padua: Cleup, 2022). RIVISTA DI FILOSOFIA NEOSCOLASTICA, 116(2), 482-484.
Pozzo, R
Articolo su rivista
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2108/434083
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