Sono trascorsi poco più di 50 anni (13 settembre 1970) dalla pubblicazione sul New York Times dell’articolo di Milton Friedman, intitolato “The social responsibility of business is to increase its profits” (La responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i suoi profitti). Nel cinquantesimo anniversario, sono stati numerosi gli articoli che hanno contribuito all’attuale vivace dibattito sul finalismo dell’impresa e, ancor prima, sulla natura stessa dell’impresa, per comprendere quale validità possa oggi avere l’approccio teorico friedmaniano (meglio noto come shareholder theory) e se i suoi accertati limiti possano essere superati da modelli alternativi, in primis quello della stakeholder theory. Il bisogno di Friedman di focalizzarsi sul profitto come unico scopo dell’impresa trovava solide ragioni che, alla fine degli anni Sessanta, sembravano centrali per il miglioramento del benessere collettivo. Ovviamente, anche prima dell’articolo di Friedman, le imprese erano chiamate a generare profitti, ma questi assumevano un ruolo secondario rispetto ad altri obiettivi, come la necessità di produrre beni e servizi per soddisfare i bisogni della comunità. In altre parole, Friedman segnò il passaggio dal profitto come mezzo al profitto come fine supremo dell’impresa. L’approccio che oggi sembra guadagnare maggiore consenso è, con le dovute distinzioni, quello che caratterizzava il periodo pre-Friedman, ovvero quello del finalismo orientato al cliente. Esiste tuttavia un chiaro rischio di tornare, tra alcuni anni, allo stesso bisogno avvertito da Friedman 50 anni fa, ossia la constatazione che relegare il profitto a un ruolo secondario, o non definirne chiaramente il ruolo, produce effetti indesiderati per la continuità aziendale. Questo articolo si propone di esaminare, attraverso l’analisi degli articoli pubblicati durante la pandemia, come la risposta delle imprese alla crisi generata dal Covid-19 abbia non solo evidenziato le debolezze delle teorie dello shareholder e dello stakeholder, ma sembri confermare una tendenza verso quella che può essere definita una “terza via”. Questa, mettendo al centro il bene dell’impresa e il suo contributo al benessere collettivo, cerca di conciliare il dibattito tra le due teorie. Questa terza via si basa sulla teoria dell’entità reale (real entity theory), in particolare nella versione che, in linea con l’approccio economico-aziendale della dottrina italiana, considera l’impresa come un’entità indipendente con un suo interesse primario a perseguire il bene comune.
DI CARLO, E. (2021). Il bene dell'azienda come terza via al dilemma shareholder vs stakeholder. RIVISTA ITALIANA DI RAGIONERIA E DI ECONOMIA AZIENDALE.
Il bene dell'azienda come terza via al dilemma shareholder vs stakeholder
Emiliano Di Carlo
2021-01-01
Abstract
Sono trascorsi poco più di 50 anni (13 settembre 1970) dalla pubblicazione sul New York Times dell’articolo di Milton Friedman, intitolato “The social responsibility of business is to increase its profits” (La responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i suoi profitti). Nel cinquantesimo anniversario, sono stati numerosi gli articoli che hanno contribuito all’attuale vivace dibattito sul finalismo dell’impresa e, ancor prima, sulla natura stessa dell’impresa, per comprendere quale validità possa oggi avere l’approccio teorico friedmaniano (meglio noto come shareholder theory) e se i suoi accertati limiti possano essere superati da modelli alternativi, in primis quello della stakeholder theory. Il bisogno di Friedman di focalizzarsi sul profitto come unico scopo dell’impresa trovava solide ragioni che, alla fine degli anni Sessanta, sembravano centrali per il miglioramento del benessere collettivo. Ovviamente, anche prima dell’articolo di Friedman, le imprese erano chiamate a generare profitti, ma questi assumevano un ruolo secondario rispetto ad altri obiettivi, come la necessità di produrre beni e servizi per soddisfare i bisogni della comunità. In altre parole, Friedman segnò il passaggio dal profitto come mezzo al profitto come fine supremo dell’impresa. L’approccio che oggi sembra guadagnare maggiore consenso è, con le dovute distinzioni, quello che caratterizzava il periodo pre-Friedman, ovvero quello del finalismo orientato al cliente. Esiste tuttavia un chiaro rischio di tornare, tra alcuni anni, allo stesso bisogno avvertito da Friedman 50 anni fa, ossia la constatazione che relegare il profitto a un ruolo secondario, o non definirne chiaramente il ruolo, produce effetti indesiderati per la continuità aziendale. Questo articolo si propone di esaminare, attraverso l’analisi degli articoli pubblicati durante la pandemia, come la risposta delle imprese alla crisi generata dal Covid-19 abbia non solo evidenziato le debolezze delle teorie dello shareholder e dello stakeholder, ma sembri confermare una tendenza verso quella che può essere definita una “terza via”. Questa, mettendo al centro il bene dell’impresa e il suo contributo al benessere collettivo, cerca di conciliare il dibattito tra le due teorie. Questa terza via si basa sulla teoria dell’entità reale (real entity theory), in particolare nella versione che, in linea con l’approccio economico-aziendale della dottrina italiana, considera l’impresa come un’entità indipendente con un suo interesse primario a perseguire il bene comune.| File | Dimensione | Formato | |
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