Questo lavoro si propone di indagare le modalità di lettura e ricezione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto nel Cinquecento. Gli interpreti interrogati sono tutti raccolti nella famosa edizione illustrata proposta a Venezia nel 1730 dal tipografo Stefano Orlandini con il titolo: Orlando Furioso di M. Lodovico Ariosto; delle annotazioni de’ piu’ celebri autori che sopra esso hanno scritto, e di altre utili, e vaghe giunte in questa impressione adornato, come nell’indice seguente la prefazione si vede. Le testimonianze di ricezione coprono poco meno l’arco di un secolo: dai primi documenti importanti come quelli di Lodovico Dolce e Tullio Fausto da Longiano (pubblicati entrambi nel 1542) fino al commento di Alberto Lavezuola, apparso nel 1584, lo stesso anno del Carrafa di Camillo Pellegrino, dialogo che difendeva la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (uscita nel 1581) a spese del Furioso e infiammava la guerra critica tra tassisti e ariostisti. Grazie agli sforzi promozionali degli editori il romanzo cavalleresco d’Ariosto fu accolto come il classico della poesia narrativa italiana che fino allora era mancato, l’equivalente mo¬derno dell’epica di Omero e Virgilio. Dopo la morte d’Ariosto, e nonostante il successo, il poema diventa gradualmente un problema critico e teorico. La diffusione della Poetica di Aristotele contribuisce prepotentemente a riportare in primo piano il problema della codificazione dei generi. Gli interpreti e i lettori del Furioso furono inevitabilmente portati a confrontarsi e misurarsi con le categorie elaborate dai moderni interpreti di Aristotele, le annotazioni dei quali favorirono non poco il passaggio dal romanzo ariostesco al poema tassiano, e cioè da una forma aperta, caratterizzata da un soggetto fantastico, dal gioco con il tempo e lo spazio, ad una forma conclusa e lineare, dominata dall’ordine narrativo e dall’impresa collettiva, orientata ad un unico fine. La difesa dell’Orlando Furioso e la teorizzazione dei generi sono state accompagnate dal crescente influsso del modello ariostesco sull’epica contemporanea e da un’ampia propaganda editoriale. È stato Lodovico Dolce, con la sua attività di commentatore, a farsi principale paladino dell’Ariosto a fianco di Gabriele Giolito che, a partire dal 1542 e fino agli anni Cinquanta, è stato il più importante editore dell’opera ariostesca. La prima delle pubblicazioni giolitine portò alla fissazione di un formato destinato a divenire standard per le edizioni successive. Tra i paratesti che accompagnarono il Furioso ebbe enorme fortuna la Brieve dimostrazione di Lodovico Dolce annessa a tutte le edizioni giolitine e utilizzata anche da editori concorrenti come Valvassori e Valgrisi. Pubblicato in quasi quaranta edizioni del poema, il commento di Dolce fu il primo e il più fortunato di una serie di paratesti che contribuirono a consolidare la tendenza della critica alla canonizzazione del poema. Attraverso il confronto delle comparazioni di certi episodi del Furioso con quelli dell’Eneide, Dolce dimostrò l’affinità e la provenienza classica delle ottave ariostesche, ignorando volutamente gli autori imitati da Ariosto, fatta eccezione per Virgilio e Ovidio, quest’ultimo rilanciato proprio in quel periodo come il modello classico più vicino alla forma romanzesca. A sua volta Clemente Valvassori dichiarò, nella dedica del 1553, che Ariosto aveva addirittura superato gli antichi: «In questa nostra lingua Volgare, ha col suo Orlando Furioso rilevata l’Eroica composizione a tanta altezza, a quanta giammai s’alzasse per Virgilio, ed Omero nella loro favella». Il poema non rappresentava soltanto la più alta realizzazione dell’epica moderna, ma, essendo scevro di tutti quegli aspetti appartenenti al mondo pagano propri dei poemi di Omero e Virgilio, era decisamente più edificante. Anche Simon Fórnari nella sua Spositione sopra l’Orlando Furioso si sofferma con particolare insistenza sulla capacità di Ariosto di imitare Omero e Virgilio adattandone la materia alle esigenze diverse del tempo in cui scrive. Attraverso una serrata esemplificazione delle sue tesi, Fórnari può alla fine capovolgere in positivo le accuse dei primi detrattori del Furioso affermando che, come Omero e Virgilio sono stati modelli per l’epica antica, così Ariosto, poeta moderno, ha tutte le carte in regola per essere considerato modello dei poeti che verranno dopo di lui. Analoghe, anche a distanza di molti anni, le argomentazioni di critici che includono il Furioso entro il genere epico, sia che si muovano sulla stessa linea apologetica di Fórnari, come Alberto Lavezuola, sia che tentino, come Orazio Toscanella, di individuare favole morali e significati riposti che garantiscano il riferimento allusivo alla tradizione.

Magni, F. (2009). Dossier Ariosto: un'edizione settecentesca dell'Orlando Furioso.

Dossier Ariosto: un'edizione settecentesca dell'Orlando Furioso

MAGNI, FRANCESCA
2009-08-06

Abstract

Questo lavoro si propone di indagare le modalità di lettura e ricezione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto nel Cinquecento. Gli interpreti interrogati sono tutti raccolti nella famosa edizione illustrata proposta a Venezia nel 1730 dal tipografo Stefano Orlandini con il titolo: Orlando Furioso di M. Lodovico Ariosto; delle annotazioni de’ piu’ celebri autori che sopra esso hanno scritto, e di altre utili, e vaghe giunte in questa impressione adornato, come nell’indice seguente la prefazione si vede. Le testimonianze di ricezione coprono poco meno l’arco di un secolo: dai primi documenti importanti come quelli di Lodovico Dolce e Tullio Fausto da Longiano (pubblicati entrambi nel 1542) fino al commento di Alberto Lavezuola, apparso nel 1584, lo stesso anno del Carrafa di Camillo Pellegrino, dialogo che difendeva la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (uscita nel 1581) a spese del Furioso e infiammava la guerra critica tra tassisti e ariostisti. Grazie agli sforzi promozionali degli editori il romanzo cavalleresco d’Ariosto fu accolto come il classico della poesia narrativa italiana che fino allora era mancato, l’equivalente mo¬derno dell’epica di Omero e Virgilio. Dopo la morte d’Ariosto, e nonostante il successo, il poema diventa gradualmente un problema critico e teorico. La diffusione della Poetica di Aristotele contribuisce prepotentemente a riportare in primo piano il problema della codificazione dei generi. Gli interpreti e i lettori del Furioso furono inevitabilmente portati a confrontarsi e misurarsi con le categorie elaborate dai moderni interpreti di Aristotele, le annotazioni dei quali favorirono non poco il passaggio dal romanzo ariostesco al poema tassiano, e cioè da una forma aperta, caratterizzata da un soggetto fantastico, dal gioco con il tempo e lo spazio, ad una forma conclusa e lineare, dominata dall’ordine narrativo e dall’impresa collettiva, orientata ad un unico fine. La difesa dell’Orlando Furioso e la teorizzazione dei generi sono state accompagnate dal crescente influsso del modello ariostesco sull’epica contemporanea e da un’ampia propaganda editoriale. È stato Lodovico Dolce, con la sua attività di commentatore, a farsi principale paladino dell’Ariosto a fianco di Gabriele Giolito che, a partire dal 1542 e fino agli anni Cinquanta, è stato il più importante editore dell’opera ariostesca. La prima delle pubblicazioni giolitine portò alla fissazione di un formato destinato a divenire standard per le edizioni successive. Tra i paratesti che accompagnarono il Furioso ebbe enorme fortuna la Brieve dimostrazione di Lodovico Dolce annessa a tutte le edizioni giolitine e utilizzata anche da editori concorrenti come Valvassori e Valgrisi. Pubblicato in quasi quaranta edizioni del poema, il commento di Dolce fu il primo e il più fortunato di una serie di paratesti che contribuirono a consolidare la tendenza della critica alla canonizzazione del poema. Attraverso il confronto delle comparazioni di certi episodi del Furioso con quelli dell’Eneide, Dolce dimostrò l’affinità e la provenienza classica delle ottave ariostesche, ignorando volutamente gli autori imitati da Ariosto, fatta eccezione per Virgilio e Ovidio, quest’ultimo rilanciato proprio in quel periodo come il modello classico più vicino alla forma romanzesca. A sua volta Clemente Valvassori dichiarò, nella dedica del 1553, che Ariosto aveva addirittura superato gli antichi: «In questa nostra lingua Volgare, ha col suo Orlando Furioso rilevata l’Eroica composizione a tanta altezza, a quanta giammai s’alzasse per Virgilio, ed Omero nella loro favella». Il poema non rappresentava soltanto la più alta realizzazione dell’epica moderna, ma, essendo scevro di tutti quegli aspetti appartenenti al mondo pagano propri dei poemi di Omero e Virgilio, era decisamente più edificante. Anche Simon Fórnari nella sua Spositione sopra l’Orlando Furioso si sofferma con particolare insistenza sulla capacità di Ariosto di imitare Omero e Virgilio adattandone la materia alle esigenze diverse del tempo in cui scrive. Attraverso una serrata esemplificazione delle sue tesi, Fórnari può alla fine capovolgere in positivo le accuse dei primi detrattori del Furioso affermando che, come Omero e Virgilio sono stati modelli per l’epica antica, così Ariosto, poeta moderno, ha tutte le carte in regola per essere considerato modello dei poeti che verranno dopo di lui. Analoghe, anche a distanza di molti anni, le argomentazioni di critici che includono il Furioso entro il genere epico, sia che si muovano sulla stessa linea apologetica di Fórnari, come Alberto Lavezuola, sia che tentino, come Orazio Toscanella, di individuare favole morali e significati riposti che garantiscano il riferimento allusivo alla tradizione.
A.A. 2008/2009
NULL
Null
Ariosto, Ludovico
Orlando Furioso
Giolito, Gabriele
Orlandini, Stefano
paratesto
Settore L-FIL-LET/10 - Letteratura Italiana
Italian
Tesi di dottorato
Magni, F. (2009). Dossier Ariosto: un'edizione settecentesca dell'Orlando Furioso.
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